Mariateresa Moletti, logopedista con oltre 30 anni di esperienza e fondatrice di ParloBene, racconta il suo percorso unico tra logopedia, naturopatia e approcci olistici per il benessere della persona. L’episodio offre spunti su voce, corpo ed emozioni, consapevolezza e valorizzazione delle competenze maturate negli anni.
Sintesi dell’episodio
- Introduzione di Mariateresa
Mariateresa è una logopedista con oltre trent’anni di esperienza, autrice e fondatrice di ParloBene. Il suo percorso professionale unisce competenze cliniche, curiosità e ricerca continua, con un’attenzione particolare al benessere della persona nella sua interezza. La sua formazione va oltre la logopedia, integrando discipline come la naturopatia e approcci olistici, sempre con l’obiettivo di comprendere il legame tra corpo, voce ed emozioni. - Le radici dell’esperienza
Fin dall’inizio della sua carriera, Mariateresa è stata guidata dalla passione per la comunicazione e la voce, oltre che dalla volontà di aiutare concretamente i pazienti. Il lavoro quotidiano con le persone le ha permesso di osservare aspetti che non si trovano sui manuali: ogni paziente è unico, e ogni percorso richiede attenzione e ascolto. La decisione di fondare ParloBene nasce dal desiderio di avere uno spazio dove poter applicare liberamente le proprie intuizioni e offrire un approccio integrato e personalizzato. - Ricerca e integrazione di competenze
Mariateresa ha sempre continuato a studiare e integrare nuove conoscenze. Discipline come la naturopatia, le tecniche craniosacrali e altre pratiche legate al corpo arricchiscono la sua attività, permettendole di considerare la persona nel suo insieme. Questo approccio olistico può risultare insolito agli occhi di alcuni colleghi, ma l’esperienza diretta con i pazienti ha confermato l’efficacia di un lavoro che non si limita a un singolo distretto corporeo o a un problema isolato. - Il metodo RIDO
Uno degli sviluppi più significativi del suo lavoro è il metodo RIDO, un approccio innovativo alla rieducazione vocale che permette di ottenere risultati concreti in poche sedute. Mentre in passato si pensava che alcune terapie richiedessero anni, con RIDO è possibile raggiungere risultati in 4–7 sedute nei casi più complessi. La rapidità ed efficacia del metodo hanno inizialmente sorpreso colleghi e pazienti, ma le testimonianze concrete hanno confermato il valore della tecnica. - Il legame tra voce, corpo ed emozioni
Mariateresa sottolinea come la voce sia la nostra “impronta sonora”, strettamente legata alla salute, all’energia e soprattutto alle emozioni. Rabbia, gioia, paura e tristezza si riflettono nel timbro e nella qualità della voce, e un ascolto attento può cogliere stati emotivi anche non espressi. La consapevolezza di questo legame è fondamentale sia per i pazienti sia per i professionisti della voce, perché anche chi lavora in ambiti artistici può sviluppare tensioni e problemi vocali se non è attento alle proprie emozioni e posture. - Approccio alla formazione individuale
Il lavoro con i pazienti parte sempre dall’osservazione e dall’ascolto, per comprendere il contesto e le esperienze che hanno influenzato la voce. La tecnica viene poi affiancata da un percorso di consapevolezza: capire quando e come sono nati i problemi, riconoscere tensioni accumulate o traumi, e adattare il percorso alle esigenze specifiche di ciascuno. Anche i professionisti della voce traggono beneficio da questa attenzione alle emozioni e al corpo. - Corsi per logopedisti
Mariateresa ha iniziato a trasmettere la sua esperienza anche attraverso corsi rivolti a logopedisti. Questi corsi durano otto ore, divise in due mattinate, e mirano a fornire strumenti pratici, tecniche aggiuntive e una visione integrata corpo-voce-emozioni. L’obiettivo non è solo insegnare un metodo, ma sviluppare consapevolezza, autonomia e capacità di adattare le competenze a ogni paziente. - Valorizzare la propria esperienza
Un tema ricorrente è l’importanza di riconoscere e valorizzare le proprie competenze. Mariateresa sottolinea come partire da un piccolo passo guidato da un tutor o mentore sia fondamentale per orientarsi, soprattutto per chi ha tante idee e progetti ma non sa da dove iniziare. La guida esterna permette di definire il primo passo e costruire progressivamente il percorso professionale, evitando dispersioni e perdite di tempo. - Progetti e futuro
Mariateresa continua a concentrarsi sul benessere dei pazienti, mirando a migliorare la loro qualità di vita attraverso percorsi personalizzati. Parallelamente, desidera approfondire la condivisione delle conoscenze con i colleghi attraverso corsi, mentoring e supervisione. L’obiettivo è offrire supporto strutturato a chi è agli inizi, aiutandolo a sviluppare sicurezza e competenza più rapidamente. - Contatti e accesso alle risorse
Chi volesse seguire Mariateresa, conoscere i suoi corsi o i suoi libri può trovare tutte le informazioni sul sito parlobene.it e sui social Parlobene su Instagram e Facebook, con una maggiore presenza su Instagram.
Trascrizione
Oggi vedremo come possiamo valorizzare la nostra esperienza, le nostre potenzialità con un ospite, un caso di studio reale e concreto, quindi con delle idee proprio pratiche e concrete. L’ospite te lo presento tra un attimo, anzi te la presento tra un attimo, prima due cose sul podcast, io sono Lara Ghiotto, questo podcast si chiama Marketing per timide e qui condivido idee, ispirazioni e strategie che sono frutto di dieci anni di esperienza nel lavoro online a fianco di chi vuole sviluppare il proprio business del cuore e andiamo anche come appunto oggi e come negli ultimi episodi anche a vedere le esperienze di altre persone che comunque lavorano anche loro nel loro business del cuore, lavorano con passione, lavorano con amore. Se vuoi approfondire il mio progetto puoi visitare il mio sito che è lauraghiotto.com dove trovi risorse gratuite, libri e percorsi dedicati al business del cuore, ma vediamo, veniamo appunto all’ospite di oggi che è Mariateresa Moletti che ora ti presento, eccoci, ciao Mariateresa e benvenuta.
Ciao Lara, ciao a tutti a chi ci sta ascoltando.
Allora, Mariateresa è una logopedista che ha 30 anni e più di esperienza, è autrice ed è fondatrice di Parlo Bene, quindi ha fatto un percorso ricchissimo che unisce da un lato competenze cliniche, dall’altro una grandissima curiosità e ricerca continua sia con i tuoi pazienti, sia anche in ambito di terapia, anche complementari come mi hai insegnato si chiamano, quindi la naturopatia e anche altri ambiti legati al benessere. Proprio per questo ho chiesto a Mariateresa di venire a fare questa chiacchierata perché davvero nel suo caso c’è tantissima esperienza e tantissime potenzialità da esprimere e da valorizzare e io credo che lei stia facendo davvero molto bene questo lavoro, ma adesso smetto di parlare io e ti chiedo di presentarti un attimo, tu ho detto due cose, ma se vuoi dirci qualcosa sul tuo lavoro e sul tuo approccio con la logopedia.
Sì certo, hai detto tutte cose assolutamente giuste, proprio così, ho tantissima esperienza perché lavoro ormai da ben 36 anni e ho lavorato 20 anni alla Hasle quindi con qualsiasi tipo di patologia di tipo logopedico e ho imparato tanto tanto proprio dai miei pazienti e poi però non mi bastava nel senso che avevo imparato per motivi di vita, di vita familiare perché con i miei figli mi ero avvicinata alle terapie complementari quindi a tutte quelle che rientrano poi nella naturopatia, la fitoterapia insomma tante altre cose e ho pensato che dovevo mettere a disposizione un po’ di conoscenze anche per i miei pazienti e quindi mi sono licenziata, ho fatto questo grande passo, ho iniziato a lavorare per conto mio, ho continuato appunto il mio lavoro di logopedista e ultimamente appunto negli ultimi anni incontrando te sono venute fuori tante cose ma ne parleremo pian pianino.
Ecco e quindi Parlo Bene che è il tuo sito, il tuo progetto, è nato quando hai deciso di mettere insieme non solo l’esperienza clinica ma anche tutta una serie di altre esperienze che hai visto concretamente che aiutavano le persone e volevi integrarle nel tuo lavoro, giusto? Finire da chiederti qual è se dovessi dire la cosa principale che hai imparato lavorando con le persone per tanti anni che invece non hai trovato e che non si può trovare nei manuali?
Sì, ho imparato prima di tutto ad accoglierle le persone perché la persona che arriva con una richiesta di aiuto è una persona debole, che sia un semplice, io dico semplice ma chi ha questo problema appunto ha comunque un problema, un semplice problema di voce o che sia invece parlando di quando lavoravo in Asle, una persona che magari ha avuto un trauma o un ictus, una cosa importante, si trova in ospedale, quindi in tutti questi casi la persona ha bisogno di aiuto e cerca qualcuno che accolga la sua richiesta, quindi proprio accogliere la persona e in un primo momento ascoltarla proprio umanamente, poi subito dopo ci sarà l’osservazione logopedica, la valutazione logopedica, ma proprio la prima accoglienza è quella che veramente cambia le persone, quando le persone arrivano e si sentono accolte le vedo proprio rilassarsi e a volte me lo dicono, mi dicono ma qui si sta bene, ok si sta bene, ma questo mi succedeva anche quando ero in ospedale, cioè vedevo che si stupivano del fatto che le ascoltassi, penso che sia la caratteristica più importante di una persona che lavora soprattutto con persone che non stanno bene.
Certo, e questo tuo continuare a studiare, allora io ti conosco, so della tua grande curiosità, però raccontiamolo un po’ anche a chi ascolta, cioè da dove nasce, ci sono sicuramente esigenze concrete, una visione del mondo dell’uomo, della salute, da curiosità eccetera, cioè da dove nasce e come arricchiscono queste pratiche, perché non vanno ovviamente a sostituire la parte clinica, però come l’arricchiscono, come si valorizzano questi due aspetti.
Sì, allora la cosa è nata, tutte e due le cose, sia scegliere logopedia, sia scegliere di studiare tutte queste terapie complementari nasce proprio da esperienze personali, quindi la logopedista l’ho conosciuta quando avevo 11 anni, non per me, per una questione familiare e mi sono innamorata di quella professione, perché mi sembrava una cosa quasi magica il fatto che lei avesse tutti questi trucchi per migliorare il linguaggio delle persone, mi sembrava una cosa bellissima.
Venendo invece a tutte le tecniche complementari, di nuovo un discorso familiare, perché la mia prima figlia, che ora ha oltre i 30 anni, quando era malata nei primi mesi, malata nel senso che aveva preso un’influenza, una bronchite, adesso non ricordo qualcosa, nei primi, avrà avuto 7-8 mesi, e aveva questa febbre che non si abbassava mai, nel senso che si abbassava per un attimo e riprendeva fortissima, e io un po’ disperata, tra virgolette, sono salita al piano di sopra dove c’era un’omeopata, e ho chiesto, visto che eravamo nel weekend, non c’era il mio pediatra, ho chiesto se mi poteva aiutare, e questa esperienza mi ha svoltato letteralmente la vita, perché effettivamente la febbre è passata in un attimo, in un modo che per me aveva del miracoloso, perché ha fatto proprio sparire tutto, e allora ho cominciato a studiare queste cose, quindi poi ho iniziato a studiare naturopatia, sia nelle scuole private, quelle che ci sono in tutta Italia, e poi ho avuto la possibilità di fare un master anche alla Sapienza, quindi all’Università, alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, che quindi insomma aveva anche un valore, mi sembrava una cosa molto bella, che iniziassero queste cose anche a livello così, un po’ più istituzionale, e molto importante, mi è servito moltissimo per due motivi in particolare, il primo è per imparare a guardare la globalità della persona, perché una persona che mi arriva con un problema di voce e ha un determinato, diciamo, aspetto generale, ha un determinato modo di muoversi, ha un determinato proprio tipo morfologico, è molto diverso se noi siamo alti, bassi, grassi, magri, muscolosi o ipotonici, sono tutti tipi diversi che reagiscono poi in modo diverso alla terapia, e quindi mi ha dato questa visione globale, su cui ho inserito poi anche, ma questo per esperienza, perché vedevo le persone che cambiavano letteralmente sotto i miei occhi anche a livello emotivo, e allora ho poi inserito anche lo studio delle emozioni in questa cosa, perché non sono assolutamente indifferenti al cambiamento della vita di una persona e alla guarigione o comunque al miglioramento clinico di una persona, è molto importante quello che viviamo a livello emotivo, e quindi mi sembravano tutte, come dire, tutti i valori da portare in terapia, non potevo più pensare di conoscere certe cose, di trovarmi la persona davanti che ne avrebbe avuto bisogno, ma io non potevo, perché ad esempio lavoravo in un contesto di ospedale, di asl, eccetera, per cui ho scelto, ho detto basta vado via, e però posso offrire, le persone che vengono da me avranno anche altre cose, ovviamente sempre le tecniche logopediche, sono logopedista, quello faccio, però integro con tante altre cose.
Ecco, molto interessante, perché poi io conosco Mariateresa da un po’ e mi ha anche raccontato un po’ gli effetti che adesso qui non possiamo esplorare nel dettaglio, però concreti, che davvero stupiscono certe volte, e ti chiedo se lavorando, perché tu sei sicuramente inserita anche in una rete di colleghi, se ci sono stati dei colleghi che hanno trovato un po’ insolito questo approccio più ampio, dico colleghi perché magari le persone che vengono da te si affidano e quindi magari immagino che non sappiano neanche distinguere esattamente la tecnica solo logopedica dalla tecnica integrata, eccetera, invece i tuoi colleghi sicuramente. Allora, ti è capitato e comunque tu giustamente hai continuato a seguire quella che tu senti appunto, la tua missione, il tuo modo giusto di lavorare, come hai imparato anche a fidarti di questo?
Esatto, infatti all’inizio per cose molto molto più semplice, tipo sedermi per terra con un bimbo magari disabile, giocare sul tappeto, mi è stato detto sei tutto meno che una logopedista, una collega, questo parlo di molti anni fa, perché usava più sedersi a tavolino anche coi bimbini piccoli, ecco solo per dire che c’era un atteggiamento un po’ così, per cui ho sempre fatto molta attenzione, ho sempre, quando proponevo qualcosa, riportavo anche le ricerche scientifiche che dicevano che eccetera eccetera, finché è stato abbastanza, questa è stata una cosa abbastanza divertente, finché gli ultimi anni in ASL, quando c’erano dei casi un po’ complicati che non si sapeva bene da chi mandare, li mandavano a me, dicevano vai da lei, è un bel riconoscimento quindi sì, mi sono stupita molto, però ormai avevo deciso di lasciare, perché non era comunque il posto dove potevo insomma lavorare, quindi ecco però le mie colleghe, quelle che lavoravano proprio con me, a parte questo unico caso di tanti anni fa, le colleghe con cui poi ho lavorato fianco a fianco per almeno una quindicina d’anni, mi chiedevano spesso molte cose, oppure spesso facevamo delle sedute insieme con certi pazienti, perché comunque comunque c’erano dei risultati, cioè io ho sempre, non parto mai dal come dire, da un preconcetto, questo funziona quindi deve funzionare, no, provo, io mi trovo in, mi sembra ancora oggi dopo tutti questi anni di essere in una fase tra virgolette sperimentale, cioè quando mi arriva il paziente nuovo, io devo conoscerlo, io non so ancora cosa devo fare, non ho una scaletta di cose da fare, io l’osservo, e come si dice spesso vado a creare su di lui, a cucire una cosa su misura, e quindi appunto le colleghe a volte, mi è capitato anche che mi mandassero dei pazienti qua, perché non sapevano bene come fare.
È interessante, perché certe volte si ha paura che portando qualcosa di nuovo poi ci sia qualcuno che in qualche modo si oppone, e invece poi quando si va nella pratica e nell’efficacia, allora tu giustamente da un lato ti sei quasi un po’ tutelata, portando le ricerche scientifiche, perché poi in realtà le informazioni ci sono, se magari non sono di dominio comune anche in un certo ambito, quindi da un lato quello, dall’altro però è bello vedere che nella pratica concreta poi le persone in realtà vedono e si fidano, cioè semplicemente vedono che concretamente funziona. Che funziona, esatto, che funziona. Al di là delle varie tipologie, delle varie, insomma, come si può dire, ideologie.
E da qui mi viene da collegarmi a un altro aspetto, che è qualcosa che è venuto fuori più negli ultimi periodi, negli ultimi non so, il fatto che piano piano tu stai anche spostando, proprio mi ricollego un po’ all’argomento che volevo portare in questa chiaccherata, nel fatto di valorizzare l’esperienza. E in questo caso valorizzare l’esperienza significa anche per te che è molto vasta la tua esperienza e in vari ambiti è difficile riuscire a fare tutto con tutti i pazienti e quindi, però dicevamo, hai anche a disposizione tutta una serie di strumenti che permettono di lavorare meglio. E così è da qui è nata un po’ l’idea di passare, di affiancare o meglio al tuo lavoro con i pazienti, della formazione che tu proponi ai tuoi colleghi, perché ti mandano i loro pazienti, molti ti chiedono, perché questo lo so, me l’hai già detto, ti chiedono come integrare altre tecniche, come lavorare su certi aspetti.
Quindi questo passaggio, intanto volevo chiederti se c’è, dal tuo punto di vista, se c’è stato spontaneo, se c’è stato magari qualche resistenza, perché capita a tutti, anche alle persone con tanti anni di esperienza, di magari avere dei momenti di insicurezza, di dire ma chi sono io per? Quindi come è nata quest’idea e come si sta sviluppando? Pro e contro, perché da un lato è bello poter mettere a frutto tutto quello che si è imparato, dall’altro possono esserci anche delle resistenze.
Come lo vivi tu?
Allora mi viene da ridere, perché resistenze tantissime, perché come ti dicevo io ogni persona che arriva dico ok me la devo studiare, devo capire. Non ho mai pensato di avere un bagaglio che potesse servire ad altri, proprio non ci ho mai pensato, ho avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse ma forse questa cosa, cioè io davo sì consigli ad altre colleghe, questo è sempre successo, però non avevo mai pensato che appunto tutto questo bagaglio di conoscenze potesse essere in qualche modo riorganizzato, insomma strutturato in qualche modo e potesse servire per altre persone e chi è che me l’ha fatta scoprire questa cosa? Me l’ha fatta scoprire il lavoro con te, cioè sei stata tu che mi hai fatto letteralmente da specchio, mi hai detto ma tu hai questo, questo e quest’altro, non pensi che potresti metterli insieme e creare magari un corso o qualcosa e questo tu me l’hai detto un po’ di tempo prima di quando poi ho organizzato il mio primo corso appunto rispetto al mio metodo, poi è successo che una collega avesse un problema, una difficoltà con una con una parte diciamo del nostro lavoro che trovava troppo complicata, difficile per cui mandava questi pazienti da altre colleghe, quando capitavano dicevano meglio che tu vada da altre colleghe perché non mi occupo di questo ed era proprio invece una delle cose che io amo di più e che appunto con tutte queste tecniche tra l’altro riesco anche a riesco a lavorare su questo aspetto in modo anche più rapido e più divertente anche per i pazienti nel senso che è più facile e quindi ho iniziato con lei, le ho spiegato tutto e poi mi sono ricordata di quello che mi avevi detto tu e allora mi sono presa la registrazione di tutto quanto le avevo spiegato, ho cominciato ad elaborarla, aggiungere parti, a integrare con materiale anche visivo quindi immagini prima e dopo di pazienti eccetera e così ho iniziato timidamente perché è certo che l’insicurezza c’è anche perché come penso in ogni campo di qualsiasi lavoro c’è sempre il guru di turno, la persona che è ritenuta la super esperta quindi guai a dire qualcosa di diverso, questo penso in ogni tipo di professione.
L’innovazione all’inizio è tipico, all’inizio viene frenata, poi quando si vedono i risultati pian piano le prime persone iniziano a dire ma forse forse c’è qualcosa.
Infatti è andata proprio così nel senso che tu mi hai fatto notare delle cose, io ho provato appunto con questa collega che tra l’altro ha avuto dei risultati incredibili e mi ha detto testuali parole ma tu devi dirlo ad altri colleghi, non puoi tenerti per te queste cose e di lì siamo andati avanti, ho creato il metodo, ho fatto già il corso, c’è un altro corso in questi giorni in corso.
Allora adesso ti chiedo qualcosa di più su questo metodo che magari diciamo anche cos’è però volevo prima sottolineare questo aspetto che con Mariateresa effettivamente ne abbiamo parlato e a me è venuto proprio lampante il fatto che ci fosse talmente tanta roba tra virgolette, lo dico in modo anche grezzo, c’era tantissimo e che lei una sola, avendo il tempo che ha a disposizione, che sono i giorni della settimana come tutti noi, non poteva metterla a frutto davvero e aiutare un numero di persone, cioè c’è un limite e quindi mi è venuto spontaneo pensare a questo e voglio far notare che da un certo punto di vista poteva anche essere un po’ scontato, però spesso abbiamo bisogno di qualcuno da fuori che ce lo dica, perché poi è oggettivo che era così, è arrivata la persona a chiederti, però tu dici, me l’hai detto tu, perché abbiamo sempre bisogno, questa è una cosa per me, per te, per chi ci ascolta, notare che spesso abbiamo bisogno di uno specchio, perché siamo talmente abituati a tutto quello che abbiamo, che sappiamo fare, che abbiamo studiato, che per noi è normale e quindi il mio invito anche a chi ascolta è di provare a non dare per scontato, che non è semplice, possiamo farlo con qualcuno, possiamo farlo anche da soli, però cercare di non dare per scontato, ecco piccola perla di insegnamento che ci arriva un po’ da quello che hai detto.
Parliamo di terti e previ. Io vorrei aggiungere una cosa che è questa, che ho proprio notato anche lavorando adesso con le colleghe, che ognuno di noi, è proprio vero, non è così, non sono cose teoriche che ci dicono, ognuno di noi ha una modalità, una particolarità, un qualcosa che se appunto si rende conto di avere, poi lo può mettere a frutto, ma non soltanto per sé, per la maggiore soddisfazione, ma proprio per le persone con cui lavora, perché ci sarà sempre qualcuno che preferisce quel modo di fare lì ad un altro, che magari in quel modo lì riesce a superare delle cose, magari altri andranno da altri, però noi dobbiamo tirare proprio fuori, e ce l’abbiamo tutte, l’ho notato lavorando con le
colleghe. Verissimo, poi io lavoro con tante professioniste anche di vari settori, così lo posso confermare assolutamente, ce l’abbiamo tutte, il punto è riconoscerlo molto spesso e poi capire come metterlo a frutto, perché non è che per tutti vuol dire fare corsi per i colleghi, ognuno ovviamente avrà la sua strada. Invece torniamo al tuo corso, la tua prima formazione di questo metodo che hai chiamato RIDO, con questo bel nome, che è un metodo di rieducazione orofaciale.
Adesso prima di tutto spiegaci cos’è, perché per chi non è del settore, che cos’è questa rieducazione orofaciale, a chi serve e chi la fa?
Sì, e faccio una parentesi, di solito, sempre che qualcuno conosca, perché ancora qualcuno a volte non sa qual è il lavoro della logopedista, ma di solito il lavoro della logopedista è collegato al linguaggio, quindi a insegnare ai bimbi che non sanno parlare a parlare, a correggere i difetti di pronuncia, tutto vero, poi ci sono tanti altri ambiti come tutta la parte scolastica, la parte invece come dicevo prima neurologica in ospedale eccetera, ma c’è anche, e questo è venuto fuori negli ultimi, più o meno da quando ho iniziato a lavorare, negli ultimi trent’anni, la rieducazione proprio dei muscoli del viso. Perché? Perché il viso che noi abbiamo ha questa forma perché noi facciamo determinate funzioni in un certo modo, cioè se noi respiriamo con il naso avremo il viso di un certo tipo, se respiriamo con la bocca cambia proprio il viso, se deglutiamo male cambia il viso perché magari i denti vanno spostati in avanti o a volte la mandibola, se mastichiamo sempre da un lato avremo un viso asimmetrico.
Le funzioni del viso, quindi le più importanti sono respirare, deglutire e masticare ai fini della forma del viso, poi c’è anche parlare, c’è la mimica facciale, insomma ce ne sono altre. Se queste funzioni vengono fatte bene, come dico sempre, rimaniamo belli. Lo dico sempre ai bimbi, se tu continui, se tu fai bene queste cose, resti bello come sei.
Se invece le facciamo male queste funzioni avremo i denti che vanno in avanti, avremo delle occhiaie molto pronunciate, avremo il viso, il naso anche, il naso che si curva molto è dovuto anche alla posizione errata della lingua in bocca, perché se noi teniamo la lingua in un determinato modo il naso, l’osso proprio nasale, che non è la cartilagine che noi vediamo, è la parte che c’è più a contatto diciamo con il cranio, mantiene comunque un appoggio e il naso resta più dritto, cioè c’è veramente un’infinità di cose.
Quindi cos’è la rieducazione orofacciale? Il fatto di rieducare i muscoli del viso a lavorare in modo fisiologico, in modo corretto e questo si vede bene dalle foto prima dopo, c’è anche qualche foto su Instagram nelle storie in evidenza, si vede che cambia veramente, in qualche mese cambia il viso di una persona, in meglio.
Quindi è interessante questa cosa che c’è anche una parte estetica, cioè non è soltanto anche funzionale, però c’è anche proprio una parte di bellezza, è molto curioso. Io da profana, prima di conoscerti, non avrei associato la logopedia alla bellezza.
Sì per questo, perché manteniamo il viso, allora nei bambini si fa questo lavoro, anche negli adulti, comunque tendenzialmente arrivano su invio del dentista, perché prima di mettere l’apparecchio hanno capito che se non lavoriamo sul movimento della lingua, poi la lingua spingerà di nuovo i denti fuori, quindi finito di mettere l’apparecchio piano piano i denti tornano dove erano prima. Ma c’è anche proprio il filone della logopedia ai fini estetici, per cui le solite cose che tra l’altro oggi, cioè solite, non sono solite perché c’è una particolarità, ma in questo momento sui social vediamo tantissime cose che parlano di ginnastica facciale, di massaggi eccetera. La logopedia ha una cosa in più perché lavora sulle funzioni, per cui va proprio a modificare e a migliorare lo stato proprio delle ossa e dei muscoli e la pelle di sopra, quindi ovviamente migliorerà.
Ecco, e quello che a me ha stupito quando poi mi hai parlato di questo metodo Rido è il fatto che riesci comunque con queste tecniche, con questo tuo metodo a ottenere dei risultati in poche sedute, quindi anche questa rieducazione non ci vogliono anni, giusto, mentre forse si pensava fino a poco tempo fa che fosse necessario più tempo. Da cosa nasce questa rapidità, questa efficacia? Come hanno reagito le persone, anche i tuoi colleghi, a quando hanno scoperto questo nel tuo corso che hai tenuto qualche mese fa?
Poi lo riterrai, no? Ovviamente tu lavori in piccoli gruppi per poter insegnare al meglio ai tuoi colleghi.
Sì, allora è una cosa che è nata tanti anni fa perché abbiamo cominciato ad avere pazienti con queste esigenze di rieducazione ma mancava ancora la tecnica per farlo, per cui io ho guardato tutte le cose che facevamo in campi vicini a questo aspetto e ho creato appunto questo modo per rieducare. Sono andata avanti tanti anni finché ho incontrato delle persone che mi dicevano no, no, ma il metodo è un altro, deve durare un anno e poi tre anni di controlli e io però ottenevo queste cose, facevo sì anche io i controlli dopo sei mesi dalla fine della terapia e le persone avevano imparato tutto facilmente con quattro o cinque sedute, sei, sette proprio nei casi più gravi diciamo così, contro le dodici sedute fisse e poi controlli e quindi ho provato a dirlo ai tempi ma ero stata, come dire, no, non è possibile, c’era stato un grande non è possibile, allora ho fatto tutti i corsi quelli ufficiali e poi ho ricominciato visto insomma che io facevo prima e quando appunto ho insegnato questo metodo a questa collega che dopo un mese e mezzo o due mi ha mandato le foto della sua paziente dove c’era un cambiamento enorme mi ha detto guarda che funziona, non sei solo tu che riesci come dire a metterlo in pratica perché comunque il tuo metodo l’hai inventato te, funziona veramente e così è stato per quelli che qualche mese fa hanno fatto, hanno fatto i corsi, quindi è iniziato così, è iniziato proprio dal provare, dall’esperienza, dal provare a fare qualcosa che risolvesse il problema.
Bene e quindi come funziona il corso? Già che ne abbiamo parlato c’è qualche indicazione sui tempi, quanto dura, insomma perché se qualcuno insomma vuole approfondire o ci sente qualche collega magari interessato.
Sì il corso è per logopedisti e dura otto ore che io divido però in due mattinate, non voglio fare tutto insieme perché ci sono talmente tante informazioni che in effetti le persone devono metabolizzarle pian pianino perché appunto oltre a questa cosa io metto anche altre tecniche, poi do degli input perché loro cerchino poi anche la loro tecnica perché ad esempio io ho studiato le tecniche craniosacrali che sono fondamentali, importantissime, le mie colleghe magari non hanno questo corso e questa questa abilità e per cui insegno comunque altre cose dove possono lavorare sul corpo in generale oltre che sui muscoli del viso perché i muscoli del viso comunque sono collegati a tutto il resto, alla colonna dietro, la colonna cervicale quindi insomma a tutti i muscoli del corpo, anche abbiamo lavorato anche con una collega dove abbiamo trovato una chiara correlazione che esiste in via teorica ma la sua paziente lo dimostrava proprio in modo incredibile tra l’articolazione temporomandibolare e le anche, quindi se noi andiamo a vedere il corpo con una totalità veramente facciamo le cose meglio, le facciamo prima, quindi è quello che spiego.
Molto interessante, molto interessante, adesso vorrei affrontare un altro argomento di cui so che sei molto esperta e appassionata che è la voce, il tema della voce, e ti faccio questa domandona, che legame vedi tu, intanto come lavori sulla voce, con chi, perché qui non si tratta solo di correzione logopedica ma immagino ci siano anche cantanti, speaker, e che legame vedi tra la voce, il corpo e magari degli aspetti più legati all’identità della persona, domandona.
Sì, allora sulla voce lavoro sia in ambito clinico, quindi con bambini, ragazzi e adulti che hanno problematiche legate al linguaggio o alla voce, sia in ambito professionale, quindi cantanti, speaker, insegnanti, attori, insomma persone che devono usare la voce come strumento principale. La voce per me è strettamente legata al corpo perché non può esistere senza di esso: respirazione, postura, tensioni muscolari, equilibrio muscolare, tutto influenza la qualità e la stabilità della voce.
Poi c’è un legame molto forte anche con l’identità della persona, perché il modo in cui una persona parla, il timbro, la modulazione, le pause, tutto questo comunica emozioni, sicurezza, fiducia, personalità. Lavorando sulla voce si lavora anche sul modo di esprimersi, sul sentirsi a proprio agio nel comunicare, e quindi la voce diventa uno strumento per il benessere globale.
Nei corsi o nelle sedute individuali integro sempre il lavoro tecnico con osservazioni sul corpo e sulle emozioni, perché spesso tensioni emotive o blocchi fisici limitano la voce, e intervenire su questi aspetti permette risultati più rapidi e duraturi. Insomma, la voce non è mai solo “voce”, è sempre un insieme di corpo, mente, emozioni e identità personale.
Ecco, e quello che a me ha stupito quando mi hai parlato di questo metodo Rido è il fatto che riesci comunque, con queste tecniche, a ottenere risultati in poche sedute. Quindi questa rieducazione non richiede anni, giusto? Mentre forse fino a poco tempo fa si pensava fosse necessario molto più tempo. Da cosa nasce questa rapidità, questa efficacia? E come hanno reagito le persone, anche i tuoi colleghi, quando hanno scoperto tutto questo nel corso che hai tenuto qualche mese fa?
Poi, lo ripeterai, giusto? Ovviamente lavori in piccoli gruppi per poter insegnare al meglio ai tuoi colleghi.
Sì, allora, è una cosa che è nata tanti anni fa: abbiamo cominciato ad avere pazienti con queste esigenze di rieducazione, ma mancava ancora la tecnica per farlo. Così ho guardato tutto quello che si faceva in campi vicini e ho creato questo modo per rieducare.
Sono andata avanti per tanti anni, finché ho incontrato persone che mi dicevano: “No, no, il metodo è un altro, deve durare un anno e poi tre anni di controlli”. Io però ottenevo questi risultati: facevo controlli dopo sei mesi dalla fine della terapia e le persone avevano imparato tutto facilmente con quattro o cinque sedute, sei o sette nei casi più gravi, contro le dodici sedute fisse più i controlli canonici.
Ho provato a dirlo ai tempi, ma mi avevano risposto: “Non è possibile”. Così ho fatto tutti i corsi ufficiali, poi sono tornata al mio metodo, visto che funzionava. Quando ho insegnato questo metodo a una collega, dopo un mese e mezzo o due mi ha mandato le foto della sua paziente: il cambiamento era enorme. Mi ha detto: “Guarda, funziona, non sei solo tu a riuscire a metterlo in pratica, perché il tuo metodo l’hai inventato tu, funziona davvero”. Lo stesso è successo con chi ha partecipato ai corsi qualche mese fa. Insomma, tutto è iniziato dal provare, dall’esperienza, dal cercare di risolvere concretamente il problema.
Bene, e quindi come funziona il corso? Già che ne abbiamo parlato, ci dai qualche indicazione sui tempi, sulla durata, insomma per chi magari vuole approfondire o ci ascolta qualche collega interessato?
Sì, il corso è rivolto ai logopedisti e dura otto ore, che divido però in due mattinate: non voglio fare tutto insieme, perché ci sono tantissime informazioni e le persone devono metabolizzarle pian piano.
Oltre al metodo Rido, introduco altre tecniche e do degli input perché le colleghe possano cercare e sviluppare la loro tecnica personale. Per esempio, io ho studiato le tecniche craniosacrali, fondamentali e importantissime. Alcune colleghe non hanno questa formazione, quindi insegno anche altre modalità per lavorare sul corpo in generale, oltre che sui muscoli del viso.
I muscoli del viso, infatti, sono collegati a tutto il resto del corpo: alla colonna dorsale, alla colonna cervicale, a tutti i muscoli del corpo. In un caso, lavorando con una collega, abbiamo notato una correlazione evidente, che esisteva solo in teoria, tra l’articolazione temporomandibolare e le anche della paziente.
Quindi, se consideriamo il corpo nella sua totalità, possiamo fare le cose meglio e più velocemente. Questo è proprio il messaggio che spiego durante il corso.
Molto interessante, molto interessante. Adesso vorrei affrontare un altro argomento di cui so che sei molto esperta e appassionata: la voce. Ti faccio questa domandona: che legame vedi tu tra voce, corpo e identità della persona? E come lavori sulla voce, con chi, visto che non si tratta solo di correzione logopedica, ma immagino ci siano anche cantanti, speaker… insomma, qual è la relazione tra la voce e la persona nella sua interezza?
Lo so, qualche decennio di esperienza… Guarda, è assolutamente legato: c’è un legame totale, perché la voce è davvero la nostra impronta sonora. Abbiamo questa voce perché siamo così in questo momento, con questo tipo di salute. La voce risente del corpo: più o meno salute, più o meno energia si riflettono subito. Ne facciamo esperienza quotidiana: quando magari arriva un figlio, un marito, una moglie a casa, chi ascolta coglie subito come stanno. Se la voce è diversa dal solito, la percepiamo subito, anche prima delle parole.
La voce cambia a seconda dell’energia, della salute e soprattutto delle emozioni. Voce ed emozioni sono strettamente collegate: la rabbia, la gioia, la paura… ognuna ha la sua voce. C’è una voce rabbiosa che, anche se non urlata, rivela rabbia; la voce della paura; la voce della tristezza. È affascinante questo mondo.
Adesso mi sono un po’ persa… perché tu hai anche scritto un libro sulla voce. Puoi darci qualche indicazione su come lavori concretamente con le persone?
Sì, lavoro così: parto dall’inizio, dall’ascolto. Prima di tutto le osservo e le ascolto per capire su che terreno nasce quella voce. Loro mi raccontano la loro storia e poi iniziamo parallelamente su due livelli: tecnico e di consapevolezza. Tecnico perché vogliono migliorare la voce; consapevolezza perché voglio capire cosa sta succedendo nella loro vita, quando è nato il problema, cosa lo ha generato.
A volte arrivano con un nodulo alle corde vocali da un anno: inizialmente dicono “nulla di particolare”, e dopo due o tre sedute emerge un trauma, un episodio che non avevano considerato. Quasi sempre, chi sviluppa un problema di voce, se non è un professionista, ha trascurato dei segnali: “La mia voce andava e tornava, ma non ci avevo fatto caso”, fino all’afonia, che li costringe a prendersi cura di sé.
Tutto questo nasce dallo studio delle emozioni, che ha portato al libro e a un lavoro universitario. Ho osservato i cambiamenti delle persone: cambiava la voce, migliorava, cambiavano anche loro. Con i professionisti della voce, succede qualcosa di simile. Ti racconto un aneddoto: una ragazza attrice parlava benissimo a teatro, ma a casa c’erano tensioni. Arrivò da me disfonica: a teatro parlava bene, a casa la voce era tesa. Così anche un professionista, senza consapevolezza, può avere problemi in altri ambiti.
Mi è capitato anche con una cantante che interpretava un repertorio inadatto: le rovinava la voce finché non se ne accorse e cambiò repertorio.
Quindi, consapevolezza: è il filo conduttore di tutto. Che io lavori con persone con problemi di voce, con chi vuole semplicemente migliorarla, o con professionisti, il punto di partenza è sempre la consapevolezza, poi si lavora sulla tecnica.
Interessante anche. Da quello che ci racconti emerge quanto sia importante avere una visione completa, direi quasi olistica — anche se la parola è un po’ inflazionata — dell’essere umano. Non è che il logopedista si occupa di questo pezzettino della gola e il resto non conta: c’è la persona nella sua interezza.
Ti chiedo, così per concludere: se ti senti di dare un consiglio a chi ha tanti anni di esperienza o molte formazioni, sente di avere tanto da dare ma non sa come valorizzarlo, qual è secondo te il punto di partenza più importante?
Secondo me, trovare il bandolo della matassa è fondamentale per capire da dove partire. Trovare una persona… a me viene da dire: venire da te! (Risate) Grazie, momento di pubblicità non programmato.
No, lo dico seriamente: dico te, o una persona come te, che sappia fare davvero da specchio di tutte le abilità che una persona ha ma di cui non si rende conto. E non solo: che dia anche il punto di partenza. Mi ricordo che una volta mi hai detto “inizia di lì, fai solo quella cosa lì”. E per me è sembrata una cosa semplice, ma efficace: fai quel primo passo, poi un altro, e così costruisci qualcosa di concreto.
Quindi è un po’ come fare un piccolo passo. Mi fa sorridere, perché è la stessa cosa che dicevamo nell’episodio precedente.
Esatto, è proprio così: fare un passo. Il problema è che chi fa tutt’altro lavoro, quindi non ha mai studiato queste cose come le conosci tu, spesso non vede qual è il primo passo da fare. Io avevo mille progetti scritti, ma non sapevo da dove iniziare.
Serve davvero una persona — mi viene da dire un tutor — qualcuno che ti dica: “fai questo per primo”. Da lì, il resto viene da sé: uno inizia a capire da solo il passo successivo. Ma quel primo passo, visto da fuori, è essenziale.
Il classico “là”. Sì, che ti dia là, esatto. Bene, grazie.
Ecco invece l’ultima cosa che volevo chiederti: se pensiamo al futuro, come vedi l’evoluzione di Parlo Bene, del metodo RIDO e degli altri tuoi progetti? Tra i tuoi vari percorsi ce ne sono altri che potresti portare come formazioni, giusto?
Mi è venuto in mente Libera la tua voce, che è anche grazie a te il primo progetto grosso che ho fatto. Mi hai proprio accompagnato passo passo.
Ecco, quali sono i tuoi progetti e i tuoi desideri, la strada che vuoi percorrere nei prossimi anni?
Sì, prima di tutto continuare a portare avanti il lavoro con le persone. Ogni volta che vedo una persona nuova, penso che posso accompagnarla — come paziente, qui in studio — verso un livello maggiore di benessere. È un mio desiderio vedere le persone sorridere, sentirle stare meglio, anche se magari stanno seguendo un percorso su tutt’altro.
L’altra cosa è continuare con questa nuova apertura alla trasmissione di ciò che so ai miei colleghi. Ho avuto un riscontro davvero positivo: ancora ieri una collega mi scriveva cose belle e ho pensato “che bello poter condividere queste cose” e, come dicevi tu, aiutare così altre persone.
Tante più persone.
Esatto. E poi c’è anche l’idea di tirar fuori altre conoscenze su cui magari non mi occupo più direttamente, perché negli ultimi anni ho fatto delle scelte specifiche, ma ho un bel corpus di competenze che posso condividere. Quindi sì, approfondire questa condivisione con i colleghi.
Ok, aggiungo una cosa che so che fai, anche se non l’hai citata: da poco hai inaugurato in modo più strutturato una sorta di mentoring per colleghe e colleghi che hanno appena iniziato, e si trovano magari un po’ spaesati nella parte clinica.
Esatto. Prima lo facevo in modo non ufficiale, adesso sto preparando la pagina del sito per avere questo percorso: chi vuole può avere una supervisione, un mentoring, un’idea di cosa fare con certi pazienti. Proprio ieri ho fatto una consulenza online, e anche l’altra settimana: di fatto questa possibilità è già iniziata, ma voglio scriverla meglio sul sito.
Sì, spiegarla bene. Credo che in qualsiasi lavoro, quando si inizia o si ha un momento di difficoltà, avere una persona con più esperienza sia di grande valore. Può dare una sicurezza che magari ci vorrebbero anni per ottenere da soli, mentre così si può raggiungere in poche settimane.
Penso proprio di sì, in ogni lavoro. Questo è un consiglio che do a chiunque: offrire questo servizio di mentoring è davvero importante, perché vedo quanto ne abbiano bisogno le persone.
Certo, lasciare aperta questa possibilità è fondamentale. Ne parlavamo qualche settimana fa con Debora Conti: la differenza tra fare esperienze da soli e avere un mentore, qualcuno che ti dia un riscontro, ti aiuta a raggiungere più velocemente quella sicurezza che da soli ci vorrebbe più tempo. Oggi il mondo va velocissimo, quindi se si riesce a risparmiare qualche anno…
Esatto, e così non ci si perde in mille stradine, ma si mantiene la strada principale. Tra l’altro è tutto valore che diamo agli altri, quindi è una cosa davvero bella.
Anche perché, diciamolo, da sempre c’è l’insegnante e chi impara, ma poi quando si ha la laurea o il diploma ci si trova da soli nel mondo. Sono contenta che questo aspetto possa essere valorizzato, e ci abbiamo anche portato attenzione perché certe volte non ci si pensa, ma è importante.
A me è successo due o tre volte proprio con te.
Bene, allora ultimissima cosa: Maria Teresa, raccontaci un attimo i tuoi contatti, dove ti possono trovare, sito, Instagram, Facebook, per chi volesse vedere quello che fai, il tuo libro, i corsi e i futuri progetti.
Sì, facilissimo. L’abbiamo già nominato più volte: Parlo Bene. Il sito è parlobene.it, e su Instagram e Facebook mi trovate come ParloBene. Su Instagram sono un po’ più presente, ma insomma ci sono su entrambe le piattaforme.
Benissimo, benissimo. Allora ti ringrazio, ringrazio tutti quelli che sono arrivati fin qui ad ascoltare, e ci vediamo e ci sentiamo nel prossimo episodio con un altro ospite. Grazie ancora, Maria Teresa.
Prego, grazie a chi ci ascolta e a te: è stato davvero piacevole.