Se a volte ti senti sopraffatta dal desiderio di perfezione, sappi che non sei sola. In questo episodio e vedremo come trasformare la paura di non essere perfetta in un’opportunità per crescere. Esploreremo come riconoscere i segnali del perfezionismo, a svelarne le maschere e a trovare un equilibrio tra qualità e azione. Molte altre donne condividono le tue stesse sfide ma è possibile agire, creare progetti e contenuti di valore, ben fatti ma non perfetti, senza sentirsi sopraffatta.

Sintesi dell’episodio

Ecco una sintesi dei contenuti dell’episodio.

  1. Perfezionismo come freno:
    • Il perfezionismo può diventare un ostacolo, spingendo a rimandare o a concentrarsi su dettagli che non fanno davvero la differenza.
    • È importante riconoscere quando il perfezionismo ci blocca invece di aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi.
  2. Detti sul perfezionismo:
    • “Il meglio è nemico del bene” e “Fatto è meglio che perfetto” sono moniti contro il perfezionismo.
    • Un mentore ha insegnato a Lara che il perfezionismo può essere dannoso, soprattutto se non riconosciuto in tempo.
  3. La giustificazione del perfezionismo:
    • Spesso il perfezionismo viene usato come giustificazione per non agire, dicendo “Sono perfezionista”.
    • C’è un lato positivo nel voler fare le cose bene, ma è importante non spingersi oltre il necessario.
  4. Osservare il perfezionismo negli altri:
    • È più facile riconoscere il perfezionismo negli altri che in se stessi.
    • Il perfezionismo può emergere in vari aspetti, come la cura dell’immagine online, ma bisogna capire quando è già sufficiente e utile.
  5. Marketing educativo:
    • È importante offrire contenuti utili che possano aiutare le persone, anche se non diventeranno clienti.
    • Il perfezionismo non deve impedire di condividere ciò che può essere utile, anche se non perfetto.
  6. Qualità dei contenuti:
    • Ci sono tre tipi di qualità:
      1. Qualità del contenuto educativo: Utilità del contenuto per il pubblico.
      2. Qualità del pacchetto: Presentazione e confezionamento del contenuto (grafica, audio, video).
      3. Qualità strategica: Come il contenuto si inserisce in una strategia di marketing (ad esempio, con un invito all’azione).
  7. Riflessioni sulla qualità:
    • La qualità del contenuto deve essere utile, ma non deve essere perfetta in tutti gli aspetti.
    • È meglio avere contenuti semplici e utili piuttosto che perfezionati ma inutili.
  8. Conseguenze del perfezionismo:
    • Fissarsi su una qualità troppo alta rispetto alle proprie capacità può portare a procrastinare e a non completare i progetti.
    • È importante trovare un equilibrio nella qualità dei contenuti, evitando di cadere nel perfezionismo che blocca l’azione.

Trascrizione

Ti è mai capitato di avere un progetto in mente, un’idea che ti entusiasma, ma continui a rimandarla, perché non è ancora abbastanza perfetta? Oppure magari ti trovi a dedicare ore e ore a dettagli che alla fine non fanno davvero la differenza. Bene, se è capitato anche a te, benvenuta nel gruppo. Questo è il perfezionismo, che ahimè spesso si trasforma in freno invece che in spinta per fare del nostro meglio, per raggiungere i nostri obiettivi.

In questa puntata parliamo proprio di perfezionismo e vediamo come spesso si maschera da standard elevati, da cura per i dettagli, ma come anche può sabotare il nostro percorso. Vedremo come riconoscerlo, come domarlo per non lasciare che blocchi la nostra crescita e il nostro business del cuore.

“Il meglio è nemico del bene”: hai mai sentito questo detto? Oppure c’è l’altra versione: “Fatto è meglio che perfetto”. Sono ovviamente tutti moniti a non cadere nel perfezionismo. Devo dire che “Il meglio è nemico del bene” me lo diceva tanti anni fa un mio primo mentore, la prima persona per cui ho lavorato. Era un grande imprenditore, una persona ormai anziana che aveva condotto grandi aziende a livello italiano, fondato aziende. Quindi, sicuramente arrivava dall’esperienza, anche se devo dire che, quando avevo 23 anni, non mi rendevo conto dell’impatto di questa affermazione o comunque di tutto quello che il perfezionismo può fare nella nostra vita. Ovviamente, con il tempo, l’ho visto proprio dal punto di vista pratico, e questo mi porta a voler parlare del perfezionismo per me stessa e per tutte noi.

È chiaro che ci sono persone più predisposte, che tendono a essere più perfezioniste, e persone che lo sono un po’ meno. Però, credo che di tanto in tanto capiti a tutte noi di voler andare oltre. Oltre cosa? Oltre quello che è ragionevole, sensato ed efficace, oltre quello che ci serve. Il perfezionismo spesso emerge in situazioni in cui le persone mi dicono: “Sai, non ho fatto questo e quest’altro, ma sai, perché io sono perfezionista”, come se fosse una sorta di giustificazione. Da un lato è comprensibile, perché significa: “Io voglio fare le cose bene”. Non è necessariamente negativo il perfezionismo. Però, secondo me, dobbiamo sempre stare un po’ attente a quando, invece, il nostro “Ma sai, io sono perfezionista” non è più un sottolineare la passione per quello che facciamo, il desiderio di fare le cose bene per sostenere magari gli altri: i nostri clienti, le persone che ascoltano quello che diciamo, leggono quello che scriviamo, seguono i nostri corsi o altro.

C’è ovviamente un lato positivo nel cercare di fare bene, di fare al nostro meglio. Non meglio in senso assoluto, ma al nostro meglio con le risorse e le possibilità che abbiamo in questo momento. Questo, secondo me, è una chiave fondamentale, perché una delle cose negative che porta il perfezionismo, almeno per quello che vedo io nella mia esperienza, sia direttamente nel mio lavoro, in quello che faccio io, sia soprattutto con le persone con cui lavoro e che seguo nel loro percorso professionale e di business, è che ci spinge oltre il necessario. E dico che lo vedo soprattutto negli altri, non perché io sia immune o perfetta, assolutamente, ma perché è molto più semplice vederlo negli altri.

In noi stesse tendiamo a giustificarci: “Ma questa cosa devo farla bene”, eccetera. Quando lo vediamo negli altri, è molto più semplice notare fino a che punto è fare le cose bene, con cura, con attenzione ai dettagli. Ad esempio, una cura dell’immagine online è sicuramente importante: dare un’immagine coerente, usare i colori giusti, i font giusti, le immagini giuste. Però c’è un limite. Quando vediamo gli altri che superano questo limite, è molto più facile notarlo, perché ci rendiamo conto che già il prodotto che stanno confezionando ha un ottimo livello di qualità. Soprattutto, magari è qualcosa di utile, che se viene portato fuori in questo momento può aiutare davvero le persone.

Penso a tutto quello che riguarda il marketing educativo, cosa che promuovo sempre, cioè il fatto di offrire contenuti che possano aiutare le persone che li ascoltano già molto prima o anche se non diventeranno mai le nostre clienti. Offrire qualcosa che educhi, informi, ispiri: ecco, tutto questo deve essere fatto ovviamente bene, ma deve essere fatto. Quando il meglio diventa nemico del bene, cioè non vogliamo fare sempre meglio, sempre meglio, e questo ci porta a non fare le cose, perché non raggiungiamo i nostri standard, lì nasce il problema. Ripeto, quando lo vedi negli altri diventa molto evidente, perché mi capita spessissimo di dire alle donne con cui lavoro: “Guarda questa cosa che hai detto, che hai scritto, è molto interessante, sarà super utile, dillo, comunicalo, facci un video, un podcast, un articolo del tuo blog, un reel, quello che vuoi, però portalo fuori, facci un corso, eccetera.” Ma poi sento: “Devo ancora fare la grafica, la slide con Canva, il video con la luce giusta, l’audio giusto, eccetera.” E qui vorrei sottolineare che questo non significa che invito a fare contenuti di bassa qualità, ma devono essere di giusta qualità, neanche di qualità troppo alta. Mi viene in mente una riflessione che facevo qualche tempo fa sul concetto di qualità, che credo possa aiutarci a capire quando raggiungiamo il limite giusto, oltre il quale iniziamo a perdere tempo e a procrastinare.

Riflettendoci, ho pensato che la qualità dei contenuti può essere vista in tre modi differenti. Faccio una piccola premessa: perché ho fatto questa riflessione? Perché online c’è chi dice che ci vuole la quantità e non la qualità, e c’è chi dice che ci vuole la qualità e non la quantità. Se ascolti le due versioni, entrambe le filosofie hanno una base di verità, e lo ascolti anche da persone competenti, di cui ho grande stima, che obiettivamente fanno degli ottimi lavori.

La mia conclusione è stata che dipende dal tipo di qualità a cui stiamo pensando, e voglio condividere con te questa riflessione proprio in questa puntata sul perfezionismo, perché secondo me capire che tipo di qualità stiamo cercando ci aiuta a darci quel limite giusto, corretto e sano per fare le cose bene, ma farle, senza aspettare che siano perfette. I tre tipi di qualità sono questi: la prima è la qualità a livello di contenuto educativo, cioè l’utilità del contenuto. Se devo pubblicare qualcosa online, che sia sui social, sul sito, ovunque, e magari ho poco tempo, sono stressata, non ci ho pensato prima, rischio di prendere una roba qualsiasi e buttarla online. In questo caso, non ho fatto magari un lavoro di riflessione sui bisogni delle persone che mi seguono, o che vorrei mi seguissero. Quindi cerco qualcosa, magari mi faccio ispirare da qualcosa che vedo, va bene farsi ispirare, ma se sono di fretta, se non ho tempo di rielaborare, c’è il rischio di fare sostanzialmente un copia e incolla, oppure mi faccio aiutare dall’intelligenza artificiale, che in certe circostanze si può usare in modo efficace, ma in altre standardizza quello che diciamo in modo piatto e poco interessante. Quindi prendo una roba qualsiasi e la butto online: ecco, questo non è qualità dal punto di vista del contenuto. Non aggiungo qualcosa di utile al mare immenso che è la rete, e questo secondo me è da non fare mai. Piuttosto che pubblicare un contenuto così, tanto per farlo, è meglio non pubblicare affatto e non aggiungere, scusami, ma spazzatura al mare che comunque già non è solo di contenuti eccezionali. C’è tanta roba che non serve a niente, che non fa fare un passo avanti a nessuno. Questo tipo di qualità secondo me è essenziale. Il punto è non confonderla con il tipo 2 di qualità, che è il pacchetto. Questo era il contenuto, ora è il pacchetto, cioè il confezionamento. Se non ho la luce perfetta per fare un video, non è così grave come se non ho niente da dire dentro il video. Se le mie slide di Canva, il mio carosello, non sono super fighi, ma sono semplicemente bianchi con una scritta di un colore, un carattere, una cosa molto semplice, non è così grave. Questo tipo di qualità è quella in cui rischiamo di perderci nel perfezionismo, quando non porta reale valore a chi legge. Se il mio carosello invece di essere super figo è più semplice, comunque il contenuto c’è, la persona che lo legge magari apprezza anche di più la semplicità, ma sicuramente non perde niente. È chiaro che anche in questo caso c’è un livello minimo che non dobbiamo superare. Ad esempio, se parliamo di grafica, consiglio sempre di fare meno, a meno che non siamo specialiste o particolarmente portate. Se non so come integrare tre caratteri o cinque colori primari in modo armonioso, molto meglio scegliere un solo carattere e un solo colore o magari uno sfondo bianco, qualcosa di molto semplice. Questo rende comunque il contenuto fruibile, perché spesso ci perdiamo in questo tipo di aspetto, non nel pacchetto. Cadiamo nel voler fare la cosa molto bella o eccezionale, ma poi magari mettiamo un verde su sfondo fucsia e non si legge niente. Quindi, il livello minimo è sicuramente la leggibilità o, se faccio un audio, deve sentirsi. Se non è perfetto, non c’è la musica figa o effetti sonori, non è così grave, ma se non si sente, sì. Quindi, il livello minimo di qualità è la fruibilità del contenuto, con un tocco di professionalità: se so fare bene la grafica, faccio una grafica bella; se non la so fare, faccio una grafica semplice, oppure uso grafiche già pronte. Ci sono mille strumenti online che offrono grafiche già pronte, e magari non ne scelgo 70 diverse ogni settimana, ma cerco di mantenere un minimo di coerenza. In un video è importante la luce: non devo avere sette lampade professionali, ma non devo neanche fare un video al buio in cui non si vede niente. Se non riesco a fare un video in una condizione minima di qualità, allora faccio un audio.

Poi c’è anche un terzo tipo di qualità che spesso dimentichiamo, oppure ci fissiamo troppo su questo. È il tipo di qualità che riguarda quanto il contenuto è utile per la mia strategia. Stiamo parlando di comunicazione legata al marketing, alla promozione della nostra attività. Ogni contenuto ha uno scopo: attirare nuove persone, educare, spiegare il valore del nostro lavoro, creare autorevolezza, far conoscere i nostri corsi, percorsi, servizi, condividere la nostra storia, eccetera. Oppure far fare un’azione: l’invito all’azione, che è bene inserire, per esempio, in un corso, in un link per iscriversi, eccetera. Questo è chiaro, un contenuto affinché sia strategico ed efficace ha bisogno di uno scopo, che nasce dalla nostra strategia. Dobbiamo sapere se questo contenuto serve per persone che non ci conoscono e quindi dobbiamo presentarci, o se serve per far sì che chi ci conosce faccia un passo in più, magari iscriversi alla nostra newsletter o partecipare a un corso. Questo tipo di qualità significa che nel mio contenuto metto l’invito all’azione, il link al mio sito, eccetera. In questo caso, dobbiamo vedere il contenuto all’interno di una strategia più ampia. Però certe volte capita anche di fermarsi, pensando che il contenuto non sia esattamente funzionale, perché magari devo ancora costruire quella pagina o quello e così via. Secondo me, questo terzo tipo di qualità è importante, ma non è sempre fondamentale. Se non c’è, non è così grave, perché la mia filosofia è fare qualcosa che sia prima di tutto utile per gli altri. Se è un po’ meno utile per me in questo momento, penso che comunque vada bene lo stesso. Quindi, questa è una riflessione sui tipi di qualità.

In sintesi ecco i tre tipi di qualità che ho esplorato:

  1. Qualità del contenuto educativo: il valore intrinseco del contenuto. Un contenuto deve aggiungere qualcosa di utile e significativo a chi lo fruisce. Se non abbiamo tempo per riflettere o analizzare i bisogni del nostro pubblico, rischiamo di creare contenuti superficiali o standardizzati. In questi casi, meglio non pubblicare nulla.
  2. Qualità del confezionamento: la forma in cui presentiamo il contenuto. Ad esempio, un video con una luce non perfetta o un carosello di Canva semplice, ma leggibile, non compromette il valore del contenuto. Qui il rischio è perdere tempo a perfezionare dettagli estetici che non aggiungono reale valore. Un design minimale e chiaro è spesso la scelta migliore.
  3. Qualità in relazione alla nostra strategia: che funzione ha il contenuto nella nostra strategia di comunicazione e di business? Abbiamo messo un invito all’azione (o in inglese “call to action”, o CTA)? Abbiano dato i nostri riferimenti social o al sito web?

Cosa succede quando ci fissiamo su una qualità più alta di quella che siamo in grado di offrire in questo momento? Cosa accade quando cadiamo nel perfezionismo? Voglio fare una precisazione: parlo di qualità superiore rispetto a ciò che possiamo fare ora, perché un aspetto interessante del lavoro in qualsiasi settore, e soprattutto nella produzione di contenuti, è che con il tempo miglioriamo. Quindi, ciò che facciamo all’inizio sarà probabilmente la versione peggiore, ma per migliorare dobbiamo farlo. Per questo, sono d’accordo con chi dice che non conta tanto la qualità iniziale, quanto produrre contenuti. In questo caso, credo che ci si riferisca alla seconda tipologia di qualità: non preoccuparti se non è perfetto, ma inizia a produrre, perché altrimenti cosa succede? Ci diamo standard talmente alti che finiamo per pensarci troppo, aspettare o cercare di finire altre cose prima di iniziare un progetto, un seminario, o qualsiasi cosa vogliamo realizzare. Pensiamo: “Aspetta, non è ancora come vorrei, faccio una riflessione in più prima di partire.” Fino a un certo punto, questo può essere tollerabile, ma quando oltrepassiamo una certa soglia, il problema emerge.

Facciamo un esempio: voglio avviare un podcast. Potrei riflettere per un giorno, per due settimane, magari anche un mese. Posso pensare a cosa interessa alle persone, organizzare un piccolo calendario editoriale, oppure decidere di posticiparlo a un trimestre successivo, ma se l’idea è chiara, non è procrastinare. È pianificare. Se invece, come mi è successo altre volte, dico “Lo farò la settimana prossima” e continuo a rimandare, allora il rischio è che dopo mesi non l’ho ancora fatto. Ecco, questo significa che siamo caduti nel perfezionismo. Niente di grave, ma è importante accorgersene.

Quando cerchiamo la perfezione, spesso finiamo per sentirci ansiosi. Procrastiniamo, ci stressiamo e, quando arriva il momento di lanciare il nostro progetto, siamo sopraffatti dall’ansia. Dopo averci pensato per anni e lavorato per mesi, ci preoccupiamo che non vada bene. È qui che scatta il semaforo rosso del perfezionismo. Un altro effetto negativo è che il perfezionismo mina la nostra autostima. Se ci sforziamo di fare tutto perfetto, finiamo per confrontarci con gli altri, e il confronto genera sempre sensazioni di inadeguatezza. Troveremo sempre qualcuno che fa qualcosa meglio di noi, e nella nostra mente gli altri diventano un’entità enorme che include tutto il mondo. Ma non è questo il punto. Non si tratta di essere migliori degli altri, ma di portare il nostro contributo unico.

Quando ci confrontiamo, spesso lo facciamo con esperti o leader del settore che fanno quel lavoro da decenni. È ovvio che non possiamo essere al loro livello, ma soprattutto non dobbiamo nemmeno cercare di esserlo. Abbiamo qualcosa di diverso da offrire: freschezza, una nuova visione. E se stiamo iniziando, possiamo avere esperienze diverse che ci rendono unici. Non dobbiamo essere migliori degli altri, dobbiamo concentrarci su ciò che possiamo offrire noi.

A volte ci paralizziamo davanti a progetti che potrebbero davvero essere utili, sia per gli altri che per noi, solo perché non possiamo farli perfetti. Ecco un segreto: la perfezione non esiste. Non la raggiungeremo mai, e nessuno lo farà. Quindi, se c’è un’opportunità, un progetto che vale la pena di essere portato avanti, fallo all’80%, magari al 90%, ma non aspettarti di farlo al 100%.

Quando cerchiamo di fare tutto perfetto, spesso finiamo per voler controllare ogni dettaglio. Desideriamo avere il controllo su ogni aspetto, ma è chiaro che non possiamo farlo. Non possiamo controllare tutto e non possiamo fare al meglio ogni cosa. Questo atteggiamento ha un impatto forte sulla nostra creatività, sulla nostra energia e sulla nostra voglia di fare. Ci porta a esaurirci, perché siamo su una strada che sembra non avere mai fine.

A questo punto, entra in gioco il principio di Pareto, il famoso 80-20, che probabilmente conosci già. Il 20% delle azioni produce l’80% dei risultati. Quindi, come ho detto prima, cerca di fare quel 20% al massimo. Fare quel 20% implica molta meno fatica che cercare di fare il 100% delle cose possibili.

Mi viene in mente Tim Ferriss, che nel suo libro 4 ore alla settimana (o qualcosa del genere) parla di delega, ma anche di come definire le priorità. Una cosa che lui fa ogni giorno è dedicare del tempo (non pochi minuti, ma mezz’ora, un’ora, due ore) per decidere cosa fare nella giornata. Potrebbe sembrare assurdo, ma lui sostiene che se impieghi due ore per decidere cosa fare, nelle altre ore sarai molto più efficace, facendo solo ciò che è davvero utile.

Questa è una riflessione importante per affrontare il perfezionismo. Se ho solo 4 ore a disposizione per lavorare, cosa devo fare in quelle 4 ore per far partire il mio progetto? Non ha senso perdere tempo a sistemare ogni dettaglio. Ricordo una volta in cui ho speso una settimana a mettere i fiorellini su una presentazione di Canva. Mi ero resa conto che non aveva alcun senso, ma non riuscivo a fermarmi. Ogni fiore doveva essere messo al posto giusto. Alla fine della settimana, mi sono chiesta cosa avessi fatto: mettere i fiorellini! Mi prendo in giro ancora oggi per quella settimana.

Quindi, qual è la priorità? Se avessi fatto un ragionamento sensato, avrei capito che mettere i fiorellini non era importante. La priorità era fare altro. Definire le priorità è il primo passo, anche se non è facile. Quando sappiamo dove vogliamo arrivare, dobbiamo chiederci qual è l’azione che ci porta più vicino a quella meta. E dobbiamo farla nel tempo che abbiamo a disposizione.

Un’altra strategia per gestire il perfezionismo è darci dei limiti di tempo. Se voglio mettere i fiorellini su Canva, decido quanto tempo voglio dedicare a questa attività. Se mi do un’ora, in quell’ora metterò dieci fiorellini invece di cinquanta, ma il risultato sarà lo stesso. Quando siamo in fase di progettazione, possiamo essere lucidi e decidere quanto tempo dedicare a attività che, alla fine, non sono essenziali.

A volte, il perfezionismo diventa una scusa per procrastinare. Ad esempio, se devo fare un video ma non voglio espormi, il perfezionismo nella grafica diventa solo un pretesto per non fare il video. Quindi, un’altra cosa fondamentale per evitare il perfezionismo è accettare l’imperfezione. Se è davvero importante, possiamo puntare a un 50% di perfezione, non al 100%. Non cerchiamo la perfezione, perché altrimenti non faremo mai niente.

Accettare l’imperfezione non significa fare le cose a caso, ma fare del nostro meglio nel momento in cui ci troviamo. Non aspettare di avere il corso finito o il libro scritto per iniziare a fare qualcosa. Se siamo qui, probabilmente abbiamo già qualcosa da offrire. E se non possiamo fare tutto, facciamo quello che possiamo fare ora, senza aspettare il momento perfetto.

Un altro modo per accettare l’imperfezione è chiedere feedback agli altri. A volte non vediamo che il nostro lavoro è già a un buon livello, ma gli altri lo percepiscono. Un cliente che ci dice che qualcosa lo ha aiutato può farci capire che, anche se noi non siamo soddisfatti, il nostro lavoro ha valore. Prendere i feedback come un’opportunità di crescita ci permette di concentrarci su ciò che gli altri percepiscono come importante.

Infine, invece di confrontarci con gli altri, confrontiamoci con la versione di noi stessi di ieri, di una settimana fa, di un mese fa. Cosa siamo riusciti a migliorare? Due mesi fa non sapevamo fare i video, ora riusciamo a farli. Due mesi fa non programmavamo nulla, ora programmiamo una settimana. Concentriamoci sul miglioramento, sul processo, e apprezziamo ciò che abbiamo fatto.

Un altro aspetto importante è l’autocompassione e la gratitudine. Siamo spesso troppo severi con noi stessi. Se una sola persona ha trovato utile quello che abbiamo fatto, non è poco. Non sottovalutiamo l’impatto che possiamo avere sulla vita degli altri. Ogni persona ha una storia, e anche un impatto positivo su una sola persona è un grande risultato.

Infine, possiamo mettere in discussione la nostra vocina perfezionista. Quando ci dice che qualcosa non va bene, chiediamole perché. Se non c’è un fiorellino, cosa aggiunge davvero? Ha senso fare una ripresa dall’alto con un drone? Mettiamo in discussione le nostre aspettative e chiediamoci cosa è realistico fare. Così facendo, il perfezionismo perderà il suo potere su di noi.

Un’altra cosa che trovo molto utile è quella che chiamo “revisione”. Ogni sera non sempre, ma settimanalmente, mensilmente, trimestralmente e annualmente, mi prendo del tempo per fare il punto della situazione. Ho inserito questo processo anche nella mia agenda, che ho pubblicato quest’anno, chiamata Fai brillare la tua luce, proprio perché include momenti in cui non solo programmo e segno gli appuntamenti, ma mi prendo anche dei momenti per riflettere. Se anche solo per dieci minuti alla settimana, ci concentriamo su ciò che abbiamo fatto, piuttosto che su ciò che avremmo dovuto fare o su ciò che non abbiamo fatto alla perfezione, possiamo domare il perfezionismo. Perché va bene, non avremo fatto tutto, ma mi capita spesso che, quando faccio una lista di cose da fare, non riesco mai a portarle a termine tutte. È una questione di imparare a ridurre, ma ho fatto pace con questa realtà. Metto sempre per prima le cose più importanti, e se riesco, aggiungo anche quelle successive. Il mio obiettivo è che, se le prime tre cose sono fatte, va bene così, ho fatto un passo avanti. Non sono stata perfetta nell’organizzazione, ma sono comunque andata avanti, e questo mi aiuta a proseguire.

Poi, quando ci concentriamo sul nostro progresso, è importante anche prenderci del tempo per noi stesse. L’ultima idea che voglio condividere riguarda il perfezionismo: quando ci sentiamo cadere in questa trappola, dobbiamo prenderci una pausa. Riposiamoci, ascoltiamo della musica, facciamo una visualizzazione guidata, cinque minuti di stretching o yoga, o anche ballo latinoamericano, quello che più ci piace e che possiamo fare. Se siamo in un co-working, magari non possiamo fare passi di salsa nel mezzo dello spazio comune, ma possiamo sicuramente ascoltare un audio o fare delle rotazioni del collo. Quando sentiamo il bisogno di buttarci troppo dentro un progetto, rifinendo cose che sono già rifinite, invece di fermarci, possiamo fare qualcos’altro. Questo approccio funziona, perché spesso ci capita di cadere nel perfezionismo o nel rifinire all’infinito quando siamo mentalmente stanche. La nostra energia, infatti, ha dei picchi e dei cali durante la giornata, l’anno, le stagioni, e anche le ore. L’ideale è lavorare seguendo questi cicli, perché siamo esseri ciclici, soprattutto come donne, ma anche come esseri umani. Cerchiamo di non lavorare quando la nostra energia è troppo bassa, perché in quei momenti il nostro senso critico svanisce e non riusciamo più a discernere cosa ha senso fare e cosa no. Andiamo avanti per inerzia, senza lucidità.

Per concludere questa riflessione sul perfezionismo, voglio sottolineare l’importanza dei ritmi e del riposo. Che sia un pisolino, un riposo mentale o semplicemente uscire in terrazzo, aprire la finestra e respirare, anche solo per pochi minuti, possiamo ricaricare la nostra energia mentale e fisica. Questo ci permette di essere più lucide nel decidere cosa valga davvero la pena di fare. Con questo invito alle pause e al riposo, ti saluto, ti ringrazio per essere stata con me fino a qui e ti do appuntamento al prossimo episodio.