Certe volte arriva un momento in cui il lavoro che abbiamo fatto per anni, anche con passione, non ci rappresenta più.

In questo episodio parliamo di come si può affrontare quel momento di svolta e trasformarlo in un nuovo inizio, attraverso la storia di Serena Businarolo, che dopo trent’anni come pedagogista nella ASL ha scelto di lasciare il posto pubblico per costruire la propria strada come libera professionista.

Sintesi dell’episodio

1. Introduzione

  • Lara introduce il tema: il passaggio da un impiego pubblico alla libera professione, con le sue paure e opportunità.
  • Presenta Serena Businarolo: pedagogista, coach e formatrice che accompagna genitori e coppie attraverso il metodo Louise Hay e la comunicazione non violenta.
  • Obiettivo dell’episodio: raccontare una storia reale di cambiamento e consapevolezza.

2. Il percorso professionale di Serena

  • Ha lavorato trent’anni nella ASL, di cui venticinque con entusiasmo e soddisfazione.
  • Si occupava di promozione della salute e benessere relazionale, non di interventi specialistici.
  • Ha collaborato con scuole, parrocchie, enti locali, costruendo reti e progetti condivisi.
  • Sottolinea quanto quell’esperienza sia stata una scuola preziosa: invita chi lavora nel pubblico a valorizzare le competenze acquisite, anche se desidera cambiare.

3. La crisi interiore

  • Dopo molti anni, il contesto organizzativo cambia e Serena sente crescere una dissonanza interiore.
  • Non si riconosce più nei valori e nei ritmi dell’ambiente pubblico.
  • Inizia una grande crisi personale e professionale, durata anni.
  • Il punto di svolta arriva con la consapevolezza che non può più restare in un sistema incoerente con ciò che sente e insegna agli altri.
  • Decide di licenziarsi a 57 anni, lasciando la sicurezza economica per coerenza con se stessa.

4. La costruzione della nuova strada

  • Durante gli anni di lavoro pubblico si forma come life coach e parent coach, integrando nuovi strumenti.
  • Dopo il licenziamento apre la partita IVA e costruisce la sua attività come libera professionista.
  • Riscopre la libertà di scegliere tempi, modalità e contenuti del proprio lavoro.
  • Vive il cambiamento come un processo graduale di fiducia, ascolto e rinnovamento.
  • Sottolinea che le competenze maturate nel pubblico sono una base solida per la nuova attività.

5. Le difficoltà del cambiamento

  • La decisione non è stata semplice: ci sono state paure economiche e incertezze.
  • Le difficoltà principali non sono state tecniche, ma emotive e identitarie: lasciare un ruolo, un riconoscimento, una rete stabile.
  • Ha imparato a fidarsi del proprio sentire e a lasciar andare il bisogno di controllo.

6. Le scoperte e i benefici

  • Oggi Serena vive una maggiore libertà e autenticità.
  • Il lavoro è più in linea con i suoi valori e con la qualità relazionale che desidera portare.
  • Si sente coerente: accompagna gli altri a vivere la propria verità, facendo lei stessa lo stesso percorso.
  • Il cambiamento è stato una rinascita professionale e personale.

7. Messaggi finali e riflessioni

  • Lasciare un impiego pubblico non significa “buttare via” il passato, ma trasformarlo in risorsa.
  • La scelta nasce dal bisogno di coerenza, autenticità e libertà.
  • Ogni passaggio richiede fiducia, tempo e consapevolezza, ma può aprire a una vita più piena e significativa.
  • Serena incoraggia chi sente questa chiamata a non ignorarla, ma a prepararsi con attenzione e ascolto di sé.

8. Link utili

Trascrizione

Lara:
Oggi parliamo di un tema che molte persone si trovano a vivere — o vorrebbero vivere —: il passaggio dal lavoro pubblico al lavoro autonomo. È una scelta importante che porta dubbi, paure, ma anche la possibilità di libertà e soddisfazione personale. Ne parleremo attraverso un caso concreto: la storia di una donna che questo cambiamento l’ha vissuto, con tutte le sue sfide e i suoi successi.

Io sono Lara Ghiotto, questo podcast si chiama Marketing per timide e qui condivido idee, ispirazioni e strategie che ho sviluppato in oltre dieci anni di lavoro online a fianco di chi vuole sviluppare il proprio business del cuore. Se vuoi saperne di più, visita il mio sito laraghiotto.com, dove trovi risorse gratuite, tutti gli episodi del podcast, i miei libri, i miei percorsi e molto altro.

Bene, introduco subito Serena Businarolo: ciao, benvenuta Serena.

Serena:
Ciao cara, grazie dell’invito.

Lara:
Allora, Serena è pedagogista, coach e formatrice: accompagna genitori e coppie in percorsi di consapevolezza basati sul metodo Luisei e sulla comunicazione non violenta — riassumo perché le tue competenze sono molto vaste. Il tema di oggi è il passaggio che tu hai fatto qualche anno fa: da dipendente dopo tanti anni nella ASL a libera professionista. Vorrei chiederti di presentarti brevemente: hai già detto quale sia il tuo lavoro adesso e quale fosse prima, ma raccontacelo tu.

Serena:
Grazie ancora, sono felicissima di dare questo contributo perché è stato un enorme passaggio nella mia vita, una grande sfida: ho dovuto impegnarmi molto per questa scelta e sono felice di poter offrire una riflessione a chi magari è nella stessa crisi in cui io sono stata per anni.

Ho lavorato per trent’anni nella ASL: almeno venticinque li ho vissuti con grande senso di appartenenza e molte soddisfazioni. Ho fatto parte di gruppi di lavoro che mi piacevano e che trattavano temi a me cari, fondamentalmente legati al benessere nelle relazioni.

Fino a quei venticinque anni è stato un lavoro che mi ha entusiasmato e arricchito. Poi il contesto è cambiato — ci sono stati molti cambiamenti di servizio — ma soprattutto sono cambiate alcune cose dentro di me: è cominciata la grande crisi della mia vita, che si è conclusa quattro anni fa quando ho deciso di licenziarmi a 57 anni. Non è stata una decisione semplice: passare da un lavoro con certe caratteristiche a una grande incognita, aprire una partita IVA, è stata una sfida non da poco.

Io sono pedagogista di formazione; sono entrata nella ASL perché cercavano una figura educativa per lavorare con genitori e insegnanti, per favorire il benessere dei bambini. Mi occupavo di promozione della salute, non di servizi specialistici per persone con problemi conclamati, quindi ero più nella prevenzione — qualcosa molto affine ai miei obiettivi professionali.

Quando sono entrata, nel 1991, ero l’unica pedagogista nella ASL. C’erano educatori con cui ho iniziato a lavorare, figure professionali vicine alla mia. Sono entrata con entusiasmo e ho costruito molto dentro l’ASL, una ricchezza che poi ho portato anche nel mio lavoro fuori.

Nel tempo ho sentito il bisogno di strumenti ancora più efficaci per la trasformazione: ho fatto formazione per diventare life coach, soprattutto con il metodo Luisei, e poi parent coach, perché il tema genitori-figli è quello su cui ho lavorato di più. Il mio lavoro è quindi sempre stato in linea con ciò che faccio oggi: relazioni, benessere, armonia nelle relazioni — il focus che ho mantenuto per oltre trentacinque anni.

La dimensione ASL è stata molto ricca: ho lavorato con gruppi diversi, professionalità diverse, progetti sul territorio con enti, comuni, scuole, parrocchie. È una ricchezza preziosa: lo dico a chi è ancora nel settore pubblico e desidera uscire — quello che state vivendo vi darà una base solida per fare ciò che davvero sentite. Imparate il più possibile: state mettendo mattoncini importanti.

Lara:
Ok, interessante: grande valorizzazione del percorso. Quando sei passata a lavorare come coach — oltre che pedagogista e formatrice — c’è qualcosa che hai sentito di voler portare di nuovo nel tuo modo di accompagnare le persone?

Serena:
Sì: la cosa che mi stava stretta era la cornice precisa che mi veniva dall’alto quando ero nella ASL: obiettivi e tempi imposti. Anche se ho sempre avuto la fortuna di poter portare la mia professionalità, c’erano paletti che col tempo mi hanno cominciato a star stretti. Non riuscivo più a starci dentro, perché negli spazi dedicati alle persone volevo portare una presenza diversa, una qualità nel come facevo le cose, non solo nel cosa. E il come non lo potevo gestire, perché mi veniva dato.

Pensa ai tempi delle prestazioni, alle priorità di servizio, ai gruppi di lavoro che coordinavo: portavo alcune mie cose, ma molte mi venivano imposte. Col tempo questo è diventato troppo: nella mia evoluzione personale e professionale avevo sempre più bisogno di coerenza. Il mio lavoro aiutava le persone a connettersi con se stesse, a trovare autenticità e coerenza con i propri valori — e io non lo ero più.

Questa incoerenza è diventata sempre più forte e mi ha provocato emozioni difficili. Ho sofferto molto: gli ultimi anni sono stati durissimi. Cercavo di convincermi che quello che facevo era importante, ma sentivo che una parte di me non trovava spazio. È stata quella la molla che mi ha spinta ad affrontare il cambiamento.

Lara:
Tornando al tuo modo di lavorare di adesso — prima dicevi che nel lavoro pubblico avevi dei paletti e poca libertà — oggi invece il tuo approccio è completamente diverso. Quando accompagni coppie o genitori, costruisci percorsi su misura, cuciti addosso alla persona. Hai naturalmente dei temi e delle strutture, ma sei molto attenta alla singola coppia, o anche al gruppo quando fai formazione. Da dove nasce questo modo di lavorare?

Serena:
Nasce da due aspetti fondamentali, e su questo tutto il mio studio e la mia formazione sulla comunicazione non violenta sono stati decisivi.
Il primo aspetto è l’ascolto di me stessa: c’erano bisogni che bussavano fortissimo e che io, per paura di cadere in una crisi più profonda, cercavo di non ascoltare. Facevo un po’ lo slalom tra ciò che sentivo e ciò che potevo permettermi di sentire.
Il secondo è l’ascolto delle persone con cui lavoro. Ora posso davvero ascoltarle in profondità — allora non mi era possibile pienamente.

La mia capacità di personalizzare i percorsi nasce proprio da qui: dallo spazio per ascoltare. Senza spazio, anche volendo, si finisce per proporre cose già strutturate e standardizzate, perché non si può fare diversamente.
Questo per me è stato un salto di qualità enorme.
I miei percorsi hanno una struttura, certo, con conoscenze, strumenti pratici e una direzione chiara, ma li personalizzo sempre tantissimo. È proprio questo il valore aggiunto: potermi collegare profondamente con quella coppia genitoriale o con quella coppia che vuole ritrovare dialogo e connessione.
Dire “questo spazio è tuo, io sono qui per te” fa davvero la differenza.

Lara:
Hai citato la comunicazione non violenta, e come ti avevo anticipato, vorrei provare con te un piccolo “esercizio” su questo tema, partendo dai bisogni che vengono soddisfatti — o non soddisfatti — nel passaggio dal lavoro dipendente, in particolare pubblico, a quello autonomo.
Ma prima, per chi non lo conosce, puoi fare una breve introduzione su cos’è la comunicazione non violenta e perché si parla di bisogni?

Serena:
Certo. In sintesi, Marshall Rosenberg, che è il fondatore della comunicazione non violenta, ci porta in un modo completamente diverso di vivere la relazione.
Lui si è chiesto: esiste un denominatore comune che ci permetta di comprenderci anche quando non siamo d’accordo, quando c’è distanza o conflitto? E ha trovato questo denominatore nei bisogni, che sono universali.

I bisogni ci permettono sempre di comprenderci, perché ci accomunano come esseri umani.
La comunicazione non violenta è anche una strategia, con passaggi e un linguaggio specifico, ma la sua forza non sta nella tecnica: sta nel cambiare lo sguardo che mettiamo sulla relazione, su noi stessi e sull’altro.

L’empatia, per Rosenberg, è la chiave per entrare in connessione con noi e con gli altri. E l’empatia nasce dal contatto con due elementi fondamentali: i sentimenti che proviamo e i bisogni che abbiamo.
Questa è la parte viva, dice lui, che c’è dentro di noi. Quando siamo in contatto con questa parte, possiamo comprenderci e creare soluzioni nuove anche nei momenti di tensione o conflitto.
È un mondo intero, ma il cuore della comunicazione non violenta è proprio questo: il focus sui bisogni.

Lara:
Quindi, se due persone non sono d’accordo, possono entrare in conflitto sul modo di soddisfare i propri bisogni, ma — come insegni tu — il bisogno in sé è sacro. Non si può dire: “tu non devi avere quel bisogno”.

Serena:
Esatto. Il bisogno è sacro. E se riusciamo a mettere insieme i miei e i tuoi bisogni, da lì può nascere una soluzione creativa, una terza via che non è né la mia né la tua, ma qualcosa di nuovo e più ricco, perché nasce dal potere condiviso.
Questo apre possibilità enormi nelle relazioni.

Lara:
È molto interessante. E naturalmente tutto parte dal riconoscere i propri bisogni, dal non metterli sotto il tappeto solo perché non sappiamo come soddisfarli.
Qui torniamo al tema di oggi: nel lavoro dipendente, e ancora di più nel pubblico, soddisfiamo certi bisogni — come sicurezza, struttura, stabilità. Poi, quando emergono altri bisogni più forti, nasce il conflitto interiore: quale soddisfare?

Serena:
Sì, è proprio così. La crisi nasce da lì.
Essere dentro un ente pubblico, come la ASL, soddisfa bisogni fondamentali: sicurezza, protezione, appartenenza. Io li ho sentiti fortemente.
Il lavoro nella ASL rispondeva anche a un bisogno di riconoscimento e collaborazione: lavoravo in gruppo, in rete con tante persone, e questo mi nutriva.
In più c’era il riconoscimento sociale: essere parte della ASL dava autorevolezza. Nessuno ti chiedeva il curriculum, perché il contesto era una garanzia di serietà professionale. Tutto questo pesa, e ha valore.

Lara:
Sì, è importante sottolinearlo, perché molte persone che vorrebbero lasciare un lavoro pubblico provano senso di colpa o paura. In realtà non c’è nulla di sbagliato: quei bisogni sono umani e legittimi.

Serena:
Assolutamente. Rosenberg ci insegna a non giudicare i bisogni — né i nostri né quelli degli altri.
Sono sacri, vitali, e ci spingono verso le nostre scelte.
Nel mio caso, dopo anni, sono emersi altri bisogni ancora più forti: libertà, autenticità, espressione dei talenti, coerenza con i miei valori.

Non riuscivo più a essere pienamente me stessa. E questo, per me, è il più grande tradimento che possiamo fare verso di noi.
Sentivo sempre più forte il bisogno di coerenza — con me, con i miei valori, con ciò che sentivo vero. Negli ultimi anni questo è stato il motore del cambiamento.

Lara:
Era un contesto che non ti rispecchiava più, e quindi ti sentivi fuori posto.

Serena:
Sì, non mi rispecchiava proprio più. E questa è stata forse la spinta più forte: mi ha portato a muovermi, a dire “via da”. Anche se ci tengo a dirlo: il “via da” non basta mai. A volte serve, ti salva la vita quando non ce la fai più, ma poi bisogna anche andare verso qualcosa. Creare qualcosa di nuovo, che ci corrisponda davvero. Altrimenti resta solo una fuga.

Lara:
Ecco, proprio questo volevo chiederti: quale messaggio possiamo lasciare a chi si trova ancora “dentro”, ma sente che non sta più bene? Forse il primo passo è esplorare i propri bisogni, rispettandoli, senza nasconderli né a sé stessi né agli altri.

Serena:
Sì, e qui nasce la paura di ascoltarsi. Perché si sente che ciò che emerge è potente, e fa paura. Si ha paura di ascoltare, e anche di decidere. Ma combattere la paura non serve, la fa solo crescere.
Io ho imparato — anche grazie al percorso di crescita personale che ho fatto — a coltivare amorevolezza verso di me, ad accogliere la paura invece di respingerla. A un certo punto ho smesso di lottare e ho iniziato a dialogare con quella parte.
La paura c’è, è importante, e ha qualcosa da insegnarci. Ci ricorda che stiamo affrontando un grande cambiamento, e se impariamo a parlarle possiamo creare nuove possibilità.

Il blocco più grande è la sensazione di perdere sicurezza — soprattutto economica. Dopo trent’anni in un posto fisso, non è facile.
Io ho capito che dovevo costruire una sicurezza interiore, invece di aspettare che arrivasse da fuori. Ho lavorato su questo: sentirmi stabile dentro, coerente con me stessa, in armonia con ciò che volevo portare nel mondo.
Da lì è nata la mia nuova forza.

È stato un passo alla volta, mai tutto in un colpo solo. Ho iniziato facendo piccole esperienze, prestazioni occasionali, per abituarmi all’idea di lavorare per conto mio. È così che ho costruito fiducia.

Lara:
Molto interessante. Finora abbiamo parlato del viaggio interiore, ma vorrei toccare anche l’aspetto pratico: passare a lavorare in autonomia significa gestirsi da sole, decidere tempi, organizzazione, strategie.
Tu hai avuto un ottimo avvio, credo anche grazie alla tua coerenza: le persone l’hanno percepita e si sono fidate di te. Ma da libera professionista serve anche tanta organizzazione. Hai avuto difficoltà da questo punto di vista?

Serena:
Quando ho deciso di uscire, ho aperto la partita IVA nel giro di un mese. L’ho fatto subito perché per me era una questione d’identità.
Lo dico sempre: se decidete di uscire, apritela. Non aspettate anni “perché non avete ancora abbastanza clienti”. Aprirla è un passo simbolico, ti fa sentire dentro una nuova fase della vita.
Non sei “una che si è licenziata”, sei una professionista.

Lara:
Sì, è vero. Aspettare di avere il giro d’affari perfetto è comprensibile, ma rischia di bloccarci. È come voler partire con il freno a mano tirato.

Serena:
Esatto! Aprire la partita IVA per me è stato dire: “ok, ci sono”. Mi ha dato anche la spinta a cercare aiuto sulla parte pratica, perché servono strumenti concreti: sapere cosa significa davvero aprire una partita IVA, gestire fatture, clienti, tempi.
All’inizio ho cercato un percorso per imparare a strutturare e comunicare i miei servizi, ma il primo non era adatto a me.
Questo mi ha insegnato una cosa importante: non possiamo fare tutto da sole e dobbiamo scegliere con cura chi ci accompagna, chi è in sintonia con noi.

Lara:
Certo, sono competenze nuove. E trovarsi la persona o il percorso giusto fa la differenza.

Serena:
Sì. Dopo quella prima esperienza, ho capito che dovevo cercare qualcuno che vibrasse sulla mia stessa frequenza. E lì ci siamo incontrate noi. Con te mi sono sentita subito in connessione. Il percorso fatto insieme mi ha permesso di unire strategia e autenticità, e di trovare il mio modo di comunicare.

Lara:
Hai trovato la tua quadra tra ciò che volevi portare nel mondo e ciò che le persone cercano davvero. E anche nella presenza online hai scelto un approccio sobrio e autentico, costruendo poco per volta, solo ciò che serve.

Serena:
Sì, sto procedendo con calma. Ora mi sto concentrando sul lavoro con le persone, ma il sito è stata una grande soddisfazione. È semplice, ma ogni volta che lo guardo penso “sì, sono io”.
Anche altri me lo hanno detto: “sei proprio tu”, e per me questo è il risultato più bello.

Lara:
È bellissimo, perché chiude il cerchio. Prima eri in un contesto strutturato che non ti rappresentava più; oggi, anche attraverso un sito personale, ti rispecchi pienamente.
Hai trovato un modo di lavorare che risponde ai tuoi bisogni più veri.

Forse il messaggio finale è proprio questo: il cambiamento non è solo una fuga o una rottura, ma può essere un ritorno a sé. Non è “o sicurezza o libertà”: si può costruire una nuova forma di stabilità, passo dopo passo, in linea con i propri valori.

Serena:
Sì. Il “via da” è solo l’inizio. Poi arriva il “verso”, la creazione di qualcosa che ci appartiene. E non serve correre: la fretta nasce dalla paura, ma un passo alla volta si arriva lontano.
Chi sente la chiamata a portare qualcosa di proprio nel mondo può farlo — con i propri tempi, i propri modi, la propria verità. È un dono grande che ci facciamo.

Lara:
Bellissimo. Mi fa venire in mente un passaggio di Debora Conti in un altro episodio del podcast: non focalizzarsi su quello che possiamo ottenere in una settimana, ma su ciò che può nascere in sei mesi, in un anno.
Questo aiuta a rilassarsi, a lavorare con visione e fiducia invece che con ansia.

Serena:
Sì, e anche a non pensare di aver buttato via tempo. A volte sento persone dire “ormai è tardi, ho sprecato anni”. Ma non è così. Tutto ciò che abbiamo vissuto ci serve, ci accompagna.
Anche esperienze diverse diventano parte del nostro bagaglio e, prima o poi, si rivelano preziose.

Lara:
Verissimo. È un messaggio pieno di fiducia, con cui chiudere questa bellissima chiacchierata.
Grazie, Serena, per aver condiviso con tanta sincerità la tua esperienza.

Serena:
Grazie a te, Lara. E grazie a chi ci ha ascoltate. A presto!